giovedì 8 marzo 2018

FIBROMIALGIA: LA MALATTIA "IMMAGINARIA"




Fibromialgia, (o sindrome fibromialgica),  è un termine che deriva dal latino " fibra“ (fibra) e dal greco „myo“ (muscolo) e „algos“ (dolore) con il quale si individua una patologia cronica, ad eziologia sconosciuta, caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso e da sintomi extra-scheletrici a carico di numerosi organi e apparati. Il dolore interessa in particolar modo i muscoli e le loro inserzioni tendinee, i legamenti e i tessuti periarticolari. Non è un dolore che colpisce le articolazioni.

UN PO‘ DI STORIA


Il termine fibrosite fu coniato dal fisico britannico Sir William Gowers nel 1904 e non fu cambiato fino al 1976, quando il Dr. Philip Hench introdusse il termine di fibromialgia che significa “dolore nei muscoli”. Molti anni dopo nel 1990 fu ridefinita quale “sindrome di dolore cronico diffuso” dall’American College of Rheumatology (ACR).
Due anni dopo fu inserita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità  nel sistema di classificazione delle malattie (ICD-10; 1992). Nel 1994 la fibromialgia viene riconosciuta dall’International Association of the Study of Pain (IASP) come una condizione patologica.



All’origine di tale sindrome contribuirebbero sia fattori biologici (genetica, bassa soglia del dolore, alterazioni neuroendocrine, cambiamenti ormonali, anomalie del sonno) sia fattori psicologici e socioculturali. Inoltre, numerose situazioni ambientali inducenti ansia e stress sono state chiamate in causa come possibili fattori scatenanti la malattia.
Dal punto di vista epidemiologico la sindrome fibromialgica prevale maggiormente nel sesso femminile (80-90%), con un picco nella fascia d’età compreso tra i 30 e i 50 anni e con un rapporto maschi/femmine di 1:9. Questa notevole differenza di genere non ha trovato ancora una risposta ma tra le ipotesi fatte ci sono:
una diversa interazione tra fattori genetici, biologici, psicologici e socio culturali nei due sessi e la presenza di un numero maggiore di punti dolorabili nelle donne, a qualsiasi età rispetto al sesso maschile.


SINTOMATOLOGIA
La fibromialgia è una patologia cronica caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso e da presenza di punti algogeni (tender points) evocabili alla pressione in corrispondenza di specifici
distretti muscolari e tendinei.
Oltre a tale sintomatologia i pazienti descrivono la comparsa di svariati sintomi clinici d’accompagnamento che portano a definirla quale patologia a quadro sintomatologico multiforme.
Per la natura multiforme e per la sovrapposizione con altre sindromi dolorose croniche la diagnosi risulta essere molto difficile.

SINTOMI SPECIFICI:
    dolore;
    astenia;
    turbe del sonno.

SINTOMI ASPECIFICI:
    Ansia e depressione;
    disturbi di concentrazione;
    Sindrome del colon irritabile;
    cefalea;
    dolore toracico;
    sensazione di gambe senza riposo e di gonfiore alle mani;
    bruciore alla minzione.

CRITERI DI CLASSIFICAZIONE


I criteri di classificazione sviluppati dall'ACR nel 1990 si basavano sulla presenza del  dolore diffuso quale sintomo principale per fare diagnosi di sindrome fibromialgica.
Nel 2010 tali criteri vennero implementati introducendo i sintomi extra-scheletrici (disturbi del sonno, ansia, depressione, disturbi di concentrazione).
Nel 2011 i criteri sono stati modificati fino all'introduzione delle ultime modifiche (2016) utilizzate ancora oggi.  La revisione del 2016 ha richiesto la valutazione di almeno quattro quadranti del corpo, assegnando per ognuno un punteggio di gravità dei sintomi elevato (>9) per una diagnosi di fibromialgia. Questi cambiamenti introducono una maggiore eterogeneità nella diagnosi dei pazienti con fibromialgia, in quanto alcuni possono presentarsi con disagio affettivo elevato e poco dolore muscolare, e altri possono presentare alti livelli di dolore muscolare ed un meno evidente disagio nelle manifestazioni d’affetto e disturbo del sonno meno accentuato.
Negli ultimi anni la ricerca ha cercato di fornire una spiegazione della comparsa della fibromialgia studiando le variazioni di alcuni markers biochimici.
I più indagati sono stati: gli ormoni ipotalamici e i neuropeptidi.
E‘ stato dimostrato come nei soggetti fibromialgici ci sia uno squilibrio tra l’ormone ipotalamico rilasciante l’ormone adrenocorticopropo (ACTH) e i livelli di cortisolo  suggerendo  una  iperreattività  nella risposta  dell’ipofisi in seguito  all’attivazione a livello ipotalamico.
La presenza di alti livelli di anticorpi antiserotoninici e di polimorfismi a carico dei geni che codificano per i trasportatori della serotonina (5-HT) sono stati associati alla presenza della sindrome da stanchezza cronica che più comunemente i pazienti lamentano.
Inoltre sono stati riscontrati alti livelli di interleuchine (IL-6, IL-8, IL-10).
Questi risultati indicano la presenza in questi pazienti di una stretta correlazione tra sistema neurologico, endocrino e immunitario che si traduce nello sviluppo della sensibilizzazione centrale che caratterizza la fibromialgia.
Altre risposte sono state cercate attraverso la valutazione di una possibile predisposizione genetica alla fibromialgia. In un recentissimo studio è stata messa in evidenza la correlazione tra la presenza di alcuni polimorfismi a carico dei geni coinvolti nelle vie serotoninergica, dopaminergica e catecolaminergica e l’eventuale predisposizione allo sviluppo della fibromialgia


FIBROMIALGIA E ALIMENTAZIONE
Essendo la sindrome fibromialgica una patologia cronica con una sintomatologia multifattoriale e con una diagnosi non sempre facile anche per quanto riguarda l’alimentazione non esiste una dieta specifica. Ma con degli accorgimenti adeguati attraverso una correnta alimentazione si possono andare ad alleviare i sintomi in modo tale da migliorare la qualità di vita dei nostri pazienti. Ricordando quanto detto precedentemente sulla presenza di alterazioni a carico del sistema neuroendocrino, del sistema immunitario a favore di un aumento dei processi infiammatori, si può pensare di favorire l’assunzione di alimenti che vadano a ridurre tale stato infiammatorio.

Tra gli alimenti consentiti:

-          frutta e verdura di stagione (elevato potere antiossidante e buon apporto di sali minerali);
-          proteine vegetali e animali soprattutto provenienti da carni bianche e da pesce ricco anche in acidi grassi essenziali (omega-3) che favoriscono l’abbassamento del colesterolo LDL;
-          Cereali integrali solo nel caso in cui non ci sia una sintomatologia a livello gastrointestinale.

E‘ importante che il paziente fibromialgico beva molta acqua (no bevande zuccherate) e che riduca la quantità di sale nei cibi in quanto bisogna ridurre al minimo la comparsa di edemi che sono frequenti soprattutto nel paziente fibromialgico obeso.
Limitare il consumo di legumi (soprattutto fagioli e soia) a causa dell’elevato contenuto in lectine (proteine in grado di stimolare fortemente il sistema immunitario ed aumentare il processo infiammatorio a livello sistemico)
Ridurre l’assunzione di zuccheri (soprattutto dolci). A tal proposito uno studio del 2017 ha messo in evidenza come l’assunzione di una dieta low FODMAP (Fermentable Oligosaccharides Disaccharides Monosaccharides And Polyols), in cui vengono eliminati dalla dieta una serie di zuccheri apporti dei benefici nei pazienti fibromialgici soprattutto in presenza di sindrome del colon irritabile. 

Dott.ssa Mariagrazia Apice



BIBLIOGRAFIA

-          F. Fatma Inan and Muhammad B. Yunus. History of fibromyalgia: Past to present - Current Pain and Headache Reports October 2004, Volume 8, Issue 5, pp 369–378
-          Dinesh Kumbhare et all. A narrative review on the difficulties associated with fibromyalgia diagnosis - Ther Adv Musculoskel Dis 2018, Vol. 10(1) 13–26

-          Wolfe F, Smythe HA et all. American College of Rheumatology 1990 criteria for the classification of fibromyalgia - Arthritis Rheum 1990; 33: 160–172

-          Wolfe F, Clauw DJ, Fitzcharles MA, et al. The American College of Rheumatology preliminary diagnostic criteria for fibromyalgia and measurement of symptom severity.- Arthritis Care Res 2010; 62: 600–610.

-          Dong-Jin Park and Shin-Seok Lee. New insights into the genetics of fibromyalgia - Korean J Intern Med 2017;32:984-995

-          Ana Paula Marum et all. A low fermentable oligo-di-mono-saccharides and polyols (FODMAP) diet is a balanced therapy for fibromyalgia with nutritional and symptomatic benefits - Nutr Hosp. 2017; 34(3):667-674


























martedì 16 gennaio 2018

LA MALATTIA DA REFLUSSO GASTROESOFAGEO E L‘ALIMENTAZIONE




La malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) è una condizione clinica caratterizzata da reflusso di contenuto gastroduodenale nell’esofago con comparsa di sintomi in grado di interferire con la qualità della vita. Se la valvola che separa l’esofago dallo stomaco (sfintere esofageo inferiore) non funziona correttamente, il contenuto dello stomaco che si trova nell’addome può risalire lungo l’esofago nel torace.



I sintomi tipici sono:

la pirosi retrosternale (sensazione di bruciore che esordisce in corrispondenza dello stomaco o dalla porzione inferiore del torace e che risale verso il collo) e il rigurgito (percezione di liquido con sapore acido all’interno della cavità orale).



I sintomi meno specifici sono:

la difficoltà digestiva, la disfagia, le eruttazioni, il gonfiore addominale, l’ipersalivazione e il dolore epigastrico,



Una buona percentuale di pazienti riferisce alcune manifestazioni definite “extraesofagee” quali:

asma bronchiale, tosse cronica, faringite, laringite, perdita di smalto dentario, raucedine e dolore toracico non cardiaco.

Il protrarsi della malattia nel tempo può comportare la comparsa di complicanze:

esofagite, ulcera esofagea ed esofago di Barrett (condizione definita come metaplasia in cui le pareti dell’esofago non possiedono più cellule normali ma queste sono sostituite da cellule intestinali);



Errate abitudini dietetico-comportamentali (pasti abbondanti, cibi ricchi di grassi,
caffeina), il fumo di sigaretta, terapie farmacologiche prolungate nel tempo per patologie croniche, gravidanza e obesità possono esacerbare la MRGE.

In particolar modo il sovrappeso, soprattutto se caratterizzato da depositi di grasso
a livello della parete addominale, può avere un ruolo importante nella manifestazione della MRGE. Infatti, l’accumulo di grasso comporta un aumento della pressione all’interno del compartimento addominale e quindi dello stomaco, che tende a spingere il contenuto gastrico verso l’alto oltre a provocare un rallentato svuotamento gastrico.
Naturalmente una corretta diagnosi medica ed un adeguato approccio farmacologico sono alla base della cura dei sintomi della malattia da reflusso. Ma un corretto stile di vita ed una sana alimentazione possono fungere da supporto ai farmaci, per migliorare lo stile di vita del paziente.



E‘ importante quindi seguire alcune semplici regole sia comportamentali che alimentari affinchè lo stile di vita sia migliorato:



-    Masticare lentamente per evitare l’introduzione di aria in eccesso preferendo bocconi piccoli in modo tale da favorire il passaggio di piccole quantità di cibo dall’esofago allo stomaco;

-   Fare pasti piccoli e frequenti in modo tale da favorire lo svuotamento gastrico di ridotte quantità di cibo;

-     Non bere quantità eccessive di liquidi durante l’assunzione del pasto;

-    Evitare di consumare pasti ricchi in cibi ad alto contenuto in grassi (cibi fritti, cibi già pronti, salse ad elevato contenuto di grassi);

-     Evitare il consumo di superalcolici;

-     Consumare cibi ad elevato contenuto di fibre (cereali integrali, verdura, frutta);

-     Prediligere le carni bianche o le carni rosse (taglio magro);

-     Consumare latte e yogurt parzialmente scremati, formaggi a stagionatura breve/media;

-     Evitare il consumo di pesci grassi (salmone, anguilla);

-     Prediligere come condimento l’uso dell’olio extravergine di oliva (a crudo).





Bibliografia:




-     Ü. Dağlı and İ. H. Kalkan – „The role of lifestyle changes in gastroesophageal reflux diseases treatment“ - Turk J Gastroenterol 2017; 28(Suppl 1): S33-S37














lunedì 13 novembre 2017

SEMI DI CHIA: PROPRIETA‘ NUTRIZIONALI ED EFFETTI TERAPEUTICI

Oggi vorrei parlare di un alimento che possiede un altissimo potenziale dal punto di vista nutrizionale e terapeutico ma che ancora non rientra appieno nell’alimentazione quotidiana del nostro Paese. Sto parlando dei semi di chia.
Il nome Chia deriva dal termine spagnolo chian (oleosa). Difatti la pianta, conosciuta più comunemente con il nome di Salvia spagnola, appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, genere Salvia, specie Salvia Hispanica. E‘ una pianta che non trova difficoltà nel crescere su diverse tipologie di terreni purchè siano sabbiosi e ben drenati.
Nel passato la Chia ha costituito per millenni il cibo principale nell’era precolombiana di Maya e Aztechi. Oggi i semi di chia rientrano nell’alimentazione quotidiana di paesi quali USA, Giappone, Centro e Sud America ed il loro consumo si sta diffondendo anche in Europa.

COMPOSIZIONE NUTRIZIONALE
Il seme di Chia ha un elevato potere nutrizionale grazie al suo elevato contenuto sia in macronutrienti che in micronutrienti oltre che possedere un adeguato quantitativo in fibre alimentari.

FIBRE

ALIMENTO
FIBRE g./100 g.
CHIA
34,4
SEMI DI LINO
27,3
AMARANTO
6,7
QUINOA
7,0
ARACHIDI
8,5
SOIA
9,6

(US Department of Agriculture 2011)

Dalla tabella è evidente come il contenuto in fibre alimentari dei semi di chia sia di molto superiore a quello di altri alimenti (100 g. di alimento contengono la quantità giornaliera di fibra alimentare raccomandata per la popolazione adulta). Questo rende i semi di chia un buon alimento da consigliare nell’alimentazione soprattutto da introdurre nei piani alimentari dei pazienti diabetici.
Il buon contenuto in fibra solubile (5-10%) forma la mucillagine che rende questo alimento un buon rimedio, assunto sottoforma di decotto per contrastare la stitichezza che può insorgere soprattutto a partire dal secondo trimestre di gravidanza.


PROTEINE                                                                                                                                            
ALIMENTO
CONTENUTO PROTEICO (%)
CHIA
20,70
AVENA
16,89
ORZO
12,48
MAIS
9,42
RISO
6,50

(Ayerza and Coates 2005)

Il contenuto in proteine dei semi di chia è di gran lunga superiore agli altri cereali (il 20,70% in chia contro un 6,50% nel riso) ed è per questo motivo che rappresenta un ottimo alimento da inserire nelle diete per far perdere peso, per mantenere una buona massa muscolare e per non recuperare il peso corporeo perso.

ACIDI GRASSI

I semi di chia presentano un elevato contenuto in acidi grassi polinsaturi così suddivisi: 

-          acido α-3-linolenico o ALA (64%);
-          acido ω-6 linoleico (19%).

Tale composizione dal punto di vista lipidico conferisce loro un‘ elevata funzione cardioprotettiva sia in termini di mantenimento della pressione arteriosa, agendo a livello delle disfunzioni del canale del sodio, che nella protezione della funzionalità cardiaca attraverso l’abbassamento dei livelli di colesterolo nel sangue. 
COMPOSTI ANTIOSSIDANTI

I semi di chia costituiscono un’ottima fonte di composti antiossidanti quali: acido clorogenico, acido caffeico, quercetina e myricetina.

MINERALI

La concentrazione nei semi di chia dei principali minerali, risulta essere di molto superiore a quella presente in altri alimenti quali grano, riso, avena e mais ed é la seguente:

PRINCIPALI MINERALI PRESENTI NEI SEMI DI CHIA  PER 100 G DI PRODOTTO
Calcio
631 mg/100 g
Potassio
407mg/100 g
Magnesio
335 mg/100 g
Fosforo
860 mg/100 g


Tra i numerosi effetti terapeutici dei semi di chia, in un lavoro scientifico del 2013 Segura Campos et al. hanno messo in evidenza come alcuni peptidi bioattivi naturali presenti nella chia siano in grado di manifestare un effetto inibitore sul sistema enzimatico ACE-I permettendo di ipotizzare che potrebbero essere utilizzati quali antiipertensivi naturali in modo tale da evitare i numerosi effetti collaterali che insorgono in seguito ad una prolungata terapia farmacologica. 

Per tutte le proprietà sopra descritte possiamo concludere che i semi di chia sono un ottimo alimento da consumare sia semplicemente sottoforma di semi da aggiungere alle pietanze in un regime alimentare o quale ingrediente utilizzato per la produzione di prodotti quali pasta, biscotti, snack e yogurt in modo tale da apportare quotidianamente il giusto quantitativo di nutrienti.  

FONTI BIBLIOGRAFICHE

-          Rahman Ullah, M. Nadeem et al
Nutritional and therapeutic perspectives of Chia (Salvia hispanica L.): a review
J Food Sci Technol (April 2016) 53(4):1750–1758

-          Segura Campos et al.
Angiotensin I-Converting Enzyme Inhibitory Peptides of Chia (Salvia hispanica) Produced by Enzymatic Hydrolysis
Int J Food Sci. Epub 2013 May 21.



sabato 7 ottobre 2017

AUTUNNO: LA STAGIONE DELLA ZUCCA


Con l’arrivo della stagione autunnale uno degli ortaggi che la fa da padrone sulle nostre tavole è la zucca. Alimento estremamente versatile che si presta alla realizzazione di molteplici pietanze, dall’antipasto al dolce, dotato di numerose proprietà benefiche dal punto di vista nutrizionale.
Le zucche (genere Cucurbita) appartengono alla famiglia delle Cucurbitacee che comprende  numerose specie  differenti per la struttura e per la forma degli steli.
E‘ una pianta originaria dell'America, introdotta in Europa intorno al 16° secolo. Ha i fusti striscianti ruvidi, provvisti di peli, e le foglie particolarmente grandi. I frutti, con forma e colore variabili a seconda delle numerosissime varietà, hanno una polpa più o meno gialla con semi appiattiti. Fiori, frutti e semi sono commestibili. Ed è proprio ai semi che sono state attribuite numerose proprietà benefiche, perchè sono una fonte naturale di acidi grassi (acido linoleico, acido oleico, acido palmitico e acido stearico), composti fenolici e antiossidanti.
Inoltre in diversi studi sono state messe in evidenza proprietà anticancro e antidiabetiche.
In riferimento alla possibile proprietà antidiabetica tra i numerosi studi pubblicati  uno dei lavori scientifici che ho trovato più interessante è quello pubblicato nel 2011 in cui Sedigheh et all. hanno voluto dimostrare gli effetti di diverse dosi di polvere di zucca (Cucurbita pepo) sui livelli nel sangue di glucosio, lipidi (trigliceridi, colesterolo, lipoproteine a bassa densità o LDL, lipoproteine ad alta densità o HDL) in topi con diabete indotto.

Dopo quattro settimane di trattamento, gli stessi analiti sono stati dosati nel sangue dei topi mostrando una riduzione  significativa dei loro livelli rispetto ai livelli riscontrati nel gruppo di controllo trattato farmacologicamente.
I risultati ottenuti in questo studio hanno indicato che la somministrazione di polvere di zucca per 4 settimane nei ratti con diabete indotto presentavano una riduzione significativa sia della glicemia che dei lipidi rispetto al controllo ed un significativo aumento dei livelli di insulina nel sangue.
Inoltre è stata eseguita un’analisi istologica del tessuto pancreatico sia nel gruppo di controllo che in quello con diabete indotto. In seguito alla somministrazione della polvere di zucca a quattro settimane, il tessuto pancreatico risultava rigenerato (aumento del diametro e del numero delle isole di Langherans) attribuendo proprietà antiossidanti e rigeneranti delle cellule a tale alimento.

Ma passiamo alla nostra quotidianità e consideriamo la composizione nutrizionale della zucca gialla (Cucurbita maxima).
La ripartizione dei macronutrienti per 100 grammi di alimento è la seguente:

PROTEINE
24%
LIPIDI
5%
CARBOIDRATI
71%
ENERGIA (kcal)
18

Da questa tabella è evidente che il contenuto in carboidrati sia elevato (3,5 g/100 g) di cui (amido 0,9 g) e zuccheri solubili (2,5 g). Infatti la zucca è un ortaggio che presenta un gusto molto dolce che lo rende piacevole al palato ed appetibile portando spesso al consumo di porzioni abbondanti.
Prendo spunto da questo per rispondere ad una domanda che mi viene posta di frequente dai miei pazienti (sia con problemi legati alla glicemia elevata che non):  „ma la zucca fa ingrassare?“, „è molto dolce, contiene molti zuccheri…..posso considerarla una verdura o devo fare attenzione?“.
Per dare una risposta bisogna considerare la quantità effettiva di zuccheri che si assumono per porzione.
Consideriamo la porzione standard pari a 100 g di alimento e due paramentri fondamentali: l’indice glicemico ed il carico glicemico.
Per Indice Glicemico (IG) s’intende la capacità di un determinato zucchero di alzare la glicemia dopo il pasto rispetto a uno standard di riferimento che è il glucosio puro. (IG zucca = 75).
Per Carico Glicemico (CG) s‘intende l’effetto  che il contenuto in zuccheri di un alimento ha sulla variazione della glicemia, basandosi però sulle quantità effettivamente consumate di quell’alimento (CG zucca = 2,6). Da ciò si evince che pur avendo un abbondante quantitativo di zuccheri, la quota assunta effettivamente dietro consumo di un pasto non è molto elevata (carico glicemico basso come per la maggior parte delle verdure). Naturalmente non bisogna esagerare (come per tutti gli alimenti) ma bisogna inserire la zucca in un pasto completo dal punto di vista nutrizionale.
Per quanto riguarda la composizione in micronutrienti la zucca è una buona fonte di provitamina A (beta-carotene), vitamina C, sali minerali (potassio, calcio e fosforo) e sostanze con elevato potere antiossidante (flavonoidi, polifenoli).
In conclusione dico che possiano e dobbiamo godere appieno della bontà e della completezza di questo alimento che la stagione autunnale ci offre e con il quale si possono inventare tantissimi piatti, non solo per soddisfare il nostro palato ma soprattutto per fornire al nostro organismo tutto ciò che la natura ha di meglio da offrirci.

Fonti bibliografiche:
-          Asgary S., Moshtaghian S. J. et all – „Hypoglycaemic and hypolipidemic effects of pumpkin
(Cucurbita pepo L.) on alloxan-induced diabetic rats“ - Afr. J. Pharm. Pharmacol. Vol. 5(23), pp. 2620-2626, 22 December, 2011;

-          Tabelle di composizione degli alimenti (INRAN)













venerdì 28 luglio 2017

TOXOPLASMOSI E GRAVIDANZA



La toxoplasmosi è una zoonosi causata da un parassita protozoario, il Toxoplasma gondii in grado di infettare ogni tipo di mammifero, compreso l’uomo. Il suo ciclo biologico presenta sia uno stadio sessuato che uno stadio asessuato e si può svolgere sia in ospiti intermedi (suini, ovini, bovini e uomo) che in un ospite definitivo (gatto). Lo stadio asessuato ha luogo sia in animali erbivori che carnivori che ingeriscono le oocisti infettive (forme resistenti) presenti nel terreno contaminato. Lo stadio sessuato può avvenire solo nell’intestino del gatto. Le oocisti ingerite si replicano all’interno delle cellule epiteliali della mucosa intestinale e poi vengono escrete con le feci dell’animale. Un ospite intermedio che entra in contatto con le feci contaminate può contrarre l’infezione.

La toxoplasmosi è una malattia infettiva che, se contratta in gravidanza, può essere trasmessa dalla madre al feto (trasmissione verticale transplacentare) e comportare la comparsa della fetopatia toxoplasmica che si può presentare in diverse forme:

-          FORMA ASINTOMATICA (parto pretermine);

-          FORMA LOCALIZZATA o TETRADE DI SABIN (patologie a livello neuro-oculare rappresentate dalla comparsa di convulsioni, idrocefalo, corioretinite e calcificazioni endocraniche); 

-          FORMA DIFFUSA che si manifesta attraverso una disseminazione pluriviscerale (aborto o parto pretermine di feto morto);

-          FORMA TARDIVA molti mesi o addirittura anni dopo la nascita si può avere comparsa di sintomatologia specifica (sordità e lesioni corioretiniche).

Al momento in cui una gravidanza viene accertata è d’obbligo nella donna effettuare il dosaggio del titolo anticorpale specifico (IgM e IgG) per verificare la presenza di una positività o meno. Nel caso in cui i risultati siano negativi la donna dovrà seguire per tutto il periodo della gestazione una serie di regole comportamentali, allo scopo di prevenire la contrazione dell’infezione durante la gravidanza. 

REGOLE COMPORTAMENTALI E ALIMENTARI IN GRAVIDANZA:

-           Lavare sempre accuratamente le mani prima della preparazione dei cibi e dopo aver              maneggiato alimenti crudi; pulire gli utensili da cucina utilizzati ed il piano di lavoro;

-           Lavare bene frutta e verdura sotto l’acqua corrente;

-           Non consumare carni e pesci crudi o poco cotti (bistecca al sangue, roast-beff, carpaccio,             tagliata, frutti di mare);

-           Non consumare insaccati crudi (prosciutto crudo, salame);

-           Lavare accuratamente le mani se si viene a contatto con del terriccio;

-           Mantenere un comportamento prudenziale quando si entra in contatto con un gatto (lavaggio             accurato delle mani dopo aver effettuato la pulizia della lettiera).


Dott.ssa  Mariagrazia Apice

Fonti bibliografiche
- Whashington Winn Jr et all "Microbiologia diagnostica" - Ed. Delfino A.

mercoledì 15 febbraio 2017

LE INFEZIONI URINARIE: LA CISTITE



Durante i colloqui con le mie pazienti mi ritrovo spesso ad affrontare il problema della cistite con tutte le conseguenze che questa fastidiosissima infezione porta soprattutto nella quotidianità dell’universo femminile. E’ bene descrivere in breve di cosa si tratta.

Le infezioni urinarie (IVU) sono considerate le più frequenti infezioni a livello mondiale provocate prevalentemente da batteri. La prevalenza varia con il sesso, l’età e la presenza di fattori predisponenti.

La cistite è una delle infezioni delle vie urinarie (IVU) non complicate più diffuse che si manifesta con la comparsa di processi flogistici a carico dell’apparato urinario sia maschile che femminile, in soggetti altrimenti sani. Si manifesta prevalentemente nelle donne in presenza di due condizioni fisiologiche speciali: la gravidanza e la menopausa.

DONNA. In gravidanza a causa sia di un aumento degli estrogeni che di una modificazione conformazionale dell’utero. Nella donna in età fertile, la flora vaginale contiene molti lactobacilli che sono responsabili del basso pH vaginale. Questi tendono ad essere meno abbondanti nella menopausa. Si suppone, infatti, che gli estrogeni esercitino una funzione protettiva contro le IVU ricorrenti, perché stimolano la crescita dei lactobacilli e quindi il calo del pH vaginale, impedendo l’adesione ed il successivo sviluppo di batteri.

UOMO: La comparsa di cistite può avvenire dopo i sessant’anni per l’ingrossamento della prostata che rende più difficile lo svuotamento completo della vescica e favorisce il ristagno di urina al suo interno.

In un adulto sano a livello della vescica è fisiologicamente presente un microbioma urinario costituito da numerosi microrganismi (batteri e miceti) che vivono in relazione simbiontica con l’organismo ospite ma che in presenza di alterazioni dell’ambiente fisiologico possono diventare patogeni e portare all’instaurarsi di uno stato infiammatorio a livello dell’apparato urinario.

I patogeni maggiormente responsabili delle IVU non complicate sono Escherichia coli nel 70-95% ed occasionalmente altri patogeni come Staphylococcus saprophyticus (5-10%), altri enterobatteri e raramente Proteus mirabilis e Klebsiella spp. Recenti studi hanno posto in evidenza un aumento della prevalenza delle IVU del basso apparato urinario causate da Enterococcus faecalis.

I ceppi uropatogeni dispongono di diversi fattori di virulenza per poter colonizzare il tratto urogenitale (tossine, adesine, fimbrie, biofilm). In particolar modo Escherichia coli, che alberga nella popolazione microbica normale intestinale, può colonizzare le vie urinarie grazie alla mobilità conferitagli dalla presenza di flagelli e di fimbrie che gli permettono l’adesione a recettori specifici presenti sulle membrane delle cellule uroepiteliali.

Naturalmente la terapia d’attacco dell’infezione prevede la somministrazione di FARMACI ANTIBIOTICI ma un contributo può essere fornito anche da MODIFICAZIONI OLTRE CHE DELLO STILE DI VITA ANCHE DELL’ALIMENTAZIONE. Spesso accade che inconsapevolmente si introducano nella quotidianità dei cibi che nel soggetto predisposto ad infezioni ricorrenti alle vie urinarie possono esacerbarne la sintomatologia.

A tal proposito ho trovato molto interessante una review del 2012 dove viene messo in evidenza il ruolo che l’alimentazione può avere nel sostenere la sintomatologia in caso di cistite e nel riuscire al attenuarla. Di seguito Vi riporto una tabella tratta da tale lavoro dove vengono elencati sia i cibi che tendono ad esacerbare i sintomi della cistite che quelli che tendono a migliorarne la sintomatologia.


CIBO/BEVANDE CHE ESACERBANO I SINTOMI


CIBO/BEVANDE CHE MIGLIORANO I SINTOMI

CAFFE’
CAFFE’ (decaffeinato)
THE’
BEVANDE GASSATE
BIRRA
VINO ROSSO
VINO BIANCO
CHAMPAGNE
UVA
LIMONE
ARANCIA
ANANAS
SUCCHI (arancia, ananas, uva, mirtillo rosso)
POMODORO
PEPERONCINO
CIBO PICCANTE
RAFANO
ACETO
GLUTAMMATO (brodi)
DOLCIFICANTI ARTIFICIALI
CIBO MESSICANO
CIBO INDIANO
CIBO THAILANDESE

ACQUA
LATTE
BANANA
MIRTILLO
MELONE
PERA
UVA PASSA
ANGURIA
BROCCOLI
CAVOLETTI DI BRUXELLES
CAVOLO
CAROTA
CAVOLFIORE
SEDANO
CETRIOLO
FUNGHI
PISELLI
RAVANELLI
ZUCCHINE
PATATA
PATATA DOLCE
POLLO
UOVA
TACCHINO
MANZO
MAIALE
AGNELLO
GAMBERETTI
TONNO
SALMONE
AVENA
RISO




Una dettagliata anamnesi generale correlata a quella alimentare, permetterà al nutrizionista di fare un’attenta valutazione, di concerto con il paziente, della correlazione tra sintomatologia ed ingestione di alcuni cibi in modo tale da riuscire a far mantenere un’ottimale apporto nutrizionale pur escludendo quegli alimenti che possono esacerbare la sintomatologia da cistite.



Fonti bibliografiche:

-          Kot B.,  Wicha J., et all - Virulence factors, bioflm-forming ability, and antimicrobial resistance of urinary Escherichia coli strains isolated from hospitalized patients - Turk J Med Sci (2016) 46: 1908-1914;

-          Siddiqui et al. - Alterations of microbiota in urine from women with interstitial cystitis - BMC Microbiology 2012, 12:205;

-          Justin I. Friedlander, et all - Review Article Diet and its role in interstitial cystitis/ bladder pain syndrome (IC/BPS) and comorbid conditions - B J U I N T E R N A T I O N A L © 2 0 1 2 | 1 0 9 , 1 5 8 4 – 1 5 9 1